IL MANIFESTO A IMMAGINE CENTRALE
Di Bruno Munari
Tratto da “Arte come mestiere”
Editori Laterza
I vecchi pubblicitari affermavano, e ancor oggi c’è chi è dello
stesso parere, che un manifesto deve essere un pugno in un occhio.
E’ un modo di informare il passante, tutto intento a meditare sulla
trasformazione formale e strutturale del bruco in farfalla, piuttosto
violento e, come tutti sanno, alla violenza si cerca di opporre altrettanta
violenza.
Che cosa intendevano, scherzi a parte, i nostri vecchi pubblicitari con
la definizione: pugno nell’occhio? Intendevano probabilmente che
il manifesto stradale doveva avere un grande risalto sugli altri manifesti
stradali che dovevano avere altrettanto risalto.
Insomma il manifesto si deve nettamente staccare dagli altri manifesti,
balzare fuori, colpire il passante e violentarlo. Questo va detto anche
per tutti gli altri manifesti che gli sono vicini sui muri.
Un manifesto per un sapone, ad esempio, o per un detersivo qualunque,
deve staccarsi completamente da un altro manifesto per sapone. Ormai
sappiamo che il detersivo X lava bianco, che il secondo detersivo lava
più bianco, che un terzo detersivo lava più bianco del
primo, un quarto lava più bianco del primo e del secondo messi
insieme, un quinto lava doppio, e un sesto (che è ancora il primo
al quale è venuta una idea nuova) lava così bianco che
il bianco sembra nero.
Nel conversare normale, quando uno non può sostenere una discussione,
si mette a gridare. Con questo non dà delle informazioni nuove,
ma si fa sentire. Molti manifesti vogliono farsi sentire a tutti i costi
anche se non hanno niente da dire di interessante e allora gridano con
i colori, gridano con il formato e soprattutto gridano con la quantità.
In mancanza di competenza sugli esatti mezzi di informazione visiva,
si ricorre alla moltiplicazione di una immagine banale, senza preoccuparsi
se la forma e il colore usati sono gli stessi che si usano indifferentemente
per un pneumatico, per un sapone, per un bitter. Le ricerche visive invece
ci insegnano che basterebbe usare un certo colore insolito, una forma
diversa, dare una informazione esatta e immediata per informare il passante,
senza violentarlo, senza dover sprecare tanto denaro per l’effetto << quantità >>.
Spesso si vedono sui muri delle strade dei manifesti così sbiaditi
e così mimetici che si stenta a capire come mai siano stati accettati
e stampati. Probabilmente il fatto si svolge così: il pittore
(non quindi l’esperto grafico) che ha fatto il bozzetto per il
manifesto, lo porta nell’ufficio del dirigente.
Il bozzetto è in grandezza naturale, un metro per un metro e quaranta,
su telaio o su cartone, e viene posto sul mobile che sta di fronte alla
scrivania del dirigente che deve approvare o no. L’ufficio del
capo è molto serio, come si conviene a un capo: colori sobri,
mobili classici, niente di vistoso. Il bozzetto per il manifesto, anche
se brutto, in quell’ambiente esplode in tutta la sua violenza.
Il quadro appeso al muro, lì vicino, sembra una fotografia sbiadita.
Accettato il bozzetto e stampato, ci si accorge, al confronto con gli
altri manifesti che sono sui muri delle strade, che non si fa notare.
Ma ormai la cosa è fatta e si cercherà di rimediare la
prossima volta.
Esiste uno schema di manifesto al quale spesso i grafici fanno riferimento,
per l’efficacia visiva, ed è la bandiera giapponese: un
disco rosso in campo bianco. Perché questo schema così semplice
ha molta efficacia visiva? Perché il campo bianco isola e stacca
il disco da tutto ciò che lo circonda, da qualunque tipo di manifesto
e perché il disco è una figura dalla quale l’occhio
non si stacca facilmente. Infatti l’occhio (lo sguardo) è abituato
a fuggire dalle punte, come dalle punte della freccia, per esempio. Un
triangolo ha tre possibilità di fuga dello sguardo. Un quadrato
quattro… un cerchio non ha punte, angoli di fuga, e l’occhio è costretto
a girare dentro al disco fino a staccarsene con uno strappo.
Come viene applicato questo schema nei manifesti? Il disco può raffigurare
o diventare un pomodoro, un piatto di minestra o di brodo (triplo), un
orologio, un pallone da foot-ball, una conchiglia, un timone, una padella,
una forma di formaggio, un bottone, un tappo di spumante, un disco musicale,
un fiore, un segnale stradale, una ruota, un pneumatico, un tiro a segno,
un cuscinetto a sfere, un rosone gotico, un ombrello aperto, un ingranaggio… ma
soprattutto un mappamondo. Un mappamondo fotografato, disegnato a grosse
pennellate, fatto con carta ritagliata o strappata, in nero, a colori…
Anche in questi giorni, se osservate i muri della città, troverete
dei manifesti fatti secondo questo principio.
Un errore è invece il comporre un manifesto tagliando la superficie
in parti diverse come colore e come interesse. Un manifesto così fatto
si mimetizza con gli altri perché ogni parte nella quale è tagliato
dalla composizione, si collega visivamente al manifesto vicino per cui,
alle volte, succedono delle strane informazioni che oltre a confondere
il pubblico, annullano l’efficacia del messaggio.
Ringrazio Enzo Cariello per aver concesso a graficainlinea
l
’autorizzazione alla pubblicazione.
© 1966, 1972, Gius. Laterza & Figli
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